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PULP di Charles Bukowski


Bukowski non è a colori, nonostante il linguaggio colorato da lui usato, è un autore che o è amato o è odiato. Le vie di mezzo non esistono con Buk e così in Pulp, per questo lo consigliamo: sublime e surreale, il degrado sociale del mondo contemporaneo (gli anni '90 del secolo scorso) sono riportati in questo suo meraviglioso lavoro con l'usuale ironia che lo contraddistingue. Nick Belane, un detective depresso e con una pancia ingombrante, "squattrinato", e con tre matrimoni alle spalle. Alle prese con i casi più disparati, la prima cliente del protagonista è la Signora Morte, la quale ingaggia Belane affinché trovi un uomo estremamente somigliante allo scrittore francese idolatrato da Bukowski, Céline, e che, addirittura, potrebbe essere lo stesso, nonostante risulti morto da più di trent'anni. Molti i riferimenti anche letterari allo scrittore Hemingway, per non parlare del divertente azzardo di creare due scagnozzi dotati di nomi inconfondibili: Dante e Fante. Pulp è un romanzo esistenziale ma esilarante, è l'ultima opera di Buk, scritta in piena consapevolezza della propria malattia: rivela, infatti, come il pensiero della morte fosse diventato per lui ormai fisso. Con quest'opera cala definitivamente il sipario su uno scrittore fuori dalle righe, che con indifferenza sarcastica ha saputo, meglio di chiunque altri, rappresentare il mondo del '900.
Per la prima volta il nome del protagonista cambia, non più l'Henry Chinaski alter ego dell'autore, bensì Nick Belane, "il più dritto investigatore di Los Angeles". Un personaggio tipicamente bukowskiano: insoddisfatto, al verde, bevitore, scommettitore di cavalli e dal linguaggio scurrile, ma come tutti i protagonisti di Buk capaci di profonde riflessioni sul senso della vita e, in quest'ultimo caso, sulla morte. Resta lo stile inconfondibile di Bukowski e la sua grande capacità di affrontare tematiche pesanti e tedianti (quali la morte) con estrema serietà intrecciata ad una vena di spirito ilare, da rendere la lettura piacevole e non ammorbante.
C'è qualcosa che non abbiamo gradito?
"Spesso i momenti migliori della vita erano quando non facevi un bel niente, rimanevi a rimuginare, a meditare. Voglio dire, ammettiamo che capiate che sia tutto privo di senso, in questo caso non può essere totalmente privo di senso perché tu sei cosciente di questa profonda inutilità e questa coscienza di inutilità alla fine quasi restituisce un senso a tutto. Capite cosa voglio dire? Un ottimistico pessimismo."
Questa proposta di oggi arriva da Ilaria Muccetti e precisa che questo libro è stato pubblicato postumo nel 1994.
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