Perché lo consigliamo?
Perché già il titolo è un manifesto. Una donna. L'articolo indeterminativo porta dentro di sé tutta la tensione del libro — la storia di una persona che vuole diventare una storia universale, il racconto di una vita individuale che si offre come specchio collettivo. Sibilla Aleramo pubblica questo romanzo nel 1906 sapendo benissimo cosa sta facendo: non scrive una confessione, scrive un atto. E lo scrive con una lucidità che attraversa il tempo: Una donna è un libro che parla ancora.
Cosa ci è piaciuto di più?
La qualità dell'introspezione.
Aleramo non descrive la sofferenza: la analizza. C'è qualcosa di spietato nel modo in cui la protagonista osserva sé stessa sfaldarsi, nel modo in cui riconosce i meccanismi della propria rassegnazione senza riuscire, per lungo tempo, a spezzarli. La scrittura è densa, e la lentezza del romanzo diventa l’espressione più fedele di un’immobilità imposta. Il momento più potente resta la conclusione: la protagonista sceglie di andarsene, e di lasciare il figlio. Una scelta che il romanzo non cerca di rendere simpatica né di assolvere in anticipo. Rimane lì, scomoda, aperta. Ed è proprio questa scomodità a dire cos’è la libertà
C’è qualcosa che non abbiamo gradito?
In alcuni passaggi il flusso introspettivo rallenta la narrazione. È una scelta consapevole dell'autrice e chi cerca una trama tradizionale potrebbe sentirsi disorientato. Però vale la pena continuare perché questo è un romanzo che vive negli intervalli: nello spazio silenzioso in cui una donna impara, passo dopo passo, a riconoscersi.
Frase da sottolineare:
«Un libro, il libro… Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentiva necessario, di un libro d'amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l'anima femminile moderna, per la prima volta».
«Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutte quanto in me giaceva di forte, d'incontaminato, di bello, alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell'abbandono in cui avevo lasciato la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni»
Proposta di lettura che arriva da Manuela Costantini.
Buona Festa della Donna a chi legge, a chi scrive, e a chi trova il coraggio di fare anche delle proprie parole un atto di libertà.