Perché lo consigliamo?
Perché questo testo
parte da un'immagine semplice e potente: Sisifo, nella mitologia greca, è
condannato a spingere per l'eternità un masso su per una montagna; ogni volta
che arriva in cima, il masso rotola giù e lui deve ricominciare.
Perché
Camus usa il mito per parlare di noi; il libro affronta un tema radicale — il
senso dell'esistenza. Se tutto sembra destinato a rotolare a valle, vale la
pena continuare? E la risposta che offre non è consolatoria, ma nemmeno
disperata. È lucida, coraggiosa, e ci invita a non smettere di vivere anche
quando le certezze mancano.
Cosa ci è piaciuto di più?
Che Sisifo possa essere immaginato felice. Non perché la sua condanna
sia meno dura, ma perché è consapevole della sua condizione. Sa che il masso
ricadrà, eppure continua. E in quella discesa verso valle, quando torna al suo
masso, è padrone di sé stesso. Camus suggerisce che proprio in questa
consapevolezza — nell'accettare l'assurdo senza cercare illusioni — possa
nascere una forma di libertà. È una visione forte, quasi provocatoria, e
profondamente umana.
C’è qualcosa che non abbiamo gradito?
È un saggio filosofico e si sente. Il linguaggio è quello di un giovane
che si confronta con i grandi temi dell'esistenzialismo, e non sempre risulta
immediato. Chi si aspetta una storia o una risposta rassicurante potrebbe
restare spiazzato: Camus non consola, non offre soluzioni semplici. Propone
piuttosto una riflessione rigorosa sulla fatica del vivere, proprio come quella
di Sisifo con il suo masso.
Frase da sottolineare:
«Lascio Sisifo ai piedi della montagna!
Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore,
che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo
universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello
di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di
notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta
a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice. »
Proposta di lettura che arriva da Manuela Costantini.
Curiosità: Questo saggio fu pubblicato nel 1942, in piena occupazione nazista della Francia. Camus lo scrisse in un periodo di forte crisi storica e personale: il tema dell'assurdo non è solo filosofico, ma profondamente legato al clima di smarrimento dell'epoca. Nella prima edizione francese mancava il capitolo dedicato a Franz Kafka. Fu aggiunto solo in una seconda edizione, perché inizialmente Camus non aveva ottenuto i diritti necessari per citarlo.