KUNO. UN FIGLIO DEGENERE di Renate Rasp

11.01.2026

Perché lo consigliamo?

Perché è un romanzo breve ma di straordinaria potenza simbolica, capace di raccontare la violenza educativa e familiare senza mai ricorrere a spiegazioni o giustificazioni psicologiche rassicuranti. In poco più di cento pagine, Renate Rasp ci racconta la storia di un bambino – Kuno – dai dieci ai diciotto anni. 

Perché è la narrazione di una vicenda profondamente straniante che ci costringe a domande scomode e necessarie: fino a che punto l’obbedienza, l’amore filiale e il desiderio di compiacere possono trasformarsi in annientamento di sé?
 

Cosa ci è piaciuto di più?

La voce narrante: una lingua semplice, lineare, coerente con l’età del protagonista, che accompagna Kuno dai dieci anni fino alla soglia dell’età adulta. Questa apparente semplicità rende ancora più disturbante ciò che viene raccontato, perché il progetto aberrante del patrigno viene interiorizzato dal bambino come un privilegio, non come una punizione. 

Potentissima è anche la metafora centrale della metamorfosi vegetale: Kuno deve diventare una pianta per essere degno d’amore. A differenza delle metamorfosi mitologiche, qui non c’è intervento divino né salvezza, ma un addestramento crudele e sistematico che passa attraverso la privazione del corpo, del cibo, della scuola e degli affetti. Il disagio cresce pagina dopo pagina, fino a trasformare anche il lettore in un osservatore impotente, quasi complice.


C’è qualcosa che non abbiamo gradito?

Proprio la forza dell’allegoria e la radicalità del progetto narrativo possono risultare respingenti. È una storia che non si legge con facilità, nonostante la fluidità della lingua: l’inquietudine è costante, non concede tregua e non offre veri appigli emotivi. È un romanzo che non tutti ameranno, e che probabilmente non vuole essere amato.


Frase da sottolineare:

«E allora mi lascerò ancora convincere di non essermi mai premuto i moncherini contro lo stomaco per il dolore, di non essermi piegato di lato o in avanti alla ricerca di sollievo. Non ho gridato, né sbattuto la fronte contro il muro senza un lamento, non mi sono accucciato, rialzandomi di scatto, per rimanere immobile non appena udivo dei passi. Non troverò mai il coraggio di dire a mia madre che mi ferii la testa contro il muro mentre lei prendeva ancora una volta i bicchierini di liquore dalla credenza. I suoi occhi si dilatano in un’espressione impaurita non appena nomino quella data, dicendo che l’aria era mite e sapeva di primavera.»

 

Proposta di lettura che arriva da Manuela Costantini.

Curiosità: pubblicato in Italia nel 1967 da Mondadori è stato ripubblicato nel 2025 da Storie Effimere


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